Fondazione Prof. Massimo D'Antona (Onlus)
Riconoscimento Prefettura di Roma 7-5-2001


PARTE PRIMA
Tecniche di un omicidio. La vita
di Fabrizio DI LALLA
Giornalista e Scrittore
Consigliere - Fondazione Prof. Massimo D’Antona (Onlus)

 
Fabrizio Di Lalla
Fabrizio Di Lalla
    

 Tecniche di un omicidio

Il clima politico
     Sono passati due decenni da quel tragico venti maggio del 1999. Un periodo lungo per l’oblio di tanti avvenimenti ma non per quel funesto evento ancora impresso saldamente nella memoria collettiva degli italiani.
     Tornando indietro nel tempo, quella mattina si presenta come l’inizio di una giornata come tante altre. Anzi. È primavera avanzata e il tempo su gran parte d’Italia tende al bello. Il nostro sembra tornato ad essere un paese normale, con i problemi simili a tante altre società opulente del mondo occidentale. Dopo anni di violenze, omicidi, attentati operati da un terrorismo tra i più feroci, forti e longevi almeno nel confronto con le società avanzate, il ritorno alla normalità da oltre un decennio, viene sentito come un dato acquisito e la situazione appare tranquilla.   
     L’opinione pubblica sembra aver dimenticato il clima di paura vissuto per un lungo periodo terminato due lustri prima, rinfrancata dai successi effettivi ottenuti dalle forze dell’ordine e dall’intelligence. L’ultimo delitto politico rivendicato dalle brigate rosse risale al 16 aprile 1988, con l’assassinio a Forlì di Roberto Ruffilli, consulente dell’allora presidente del consiglio Ciriaco De Mita. Sono passati trent’anni, ma sembra un secolo per tutto quello che è successo.
     È finita la prima repubblica portandosi via con sé gran parte della classe politica travolta dalla corruzione e colpita al cuore dalle indagini della magistratura. È caduto il muro di Berlino e il comunismo nei paesi dell’est europeo. In Italia, finiti i vecchi partiti ne sono sorti di nuovi, alcuni creati dal nulla altri dalle ceneri d'ideologie che hanno dominato per gran parte del secolo. Il mondo è entrato nella globalizzazione e altre potenze sono apparse alla ribalta mentre il vecchio continente sembra in preda a scontri tra nuove forze politiche che non promettono niente di buono.
Ma torniamo al periodo del tragico evento. Il governo comprende molti esponenti del PDS che altro non sono che gli uomini di spicco di quel che era il PCI fino a qualche anno prima. Non si sentono più i figli di un dio minore come sottolinea con orgoglio il presidente del consiglio del momento, Massimo D’Alema. Tra i due schieramenti che si fronteggiano, la battaglia politica è vivace, ma non mancano tentativi di convergenza su alcuni temi istituzionali. Il clima complessivo della nostra società, in altri termini, sembra rassicurante come questa tiepida giornata di primavera.
È l’ora in cui dopo che uomini, donne, scolari hanno lasciato le proprie abitazioni per recarsi al lavoro o allo studio, le case sono diventate così il presidio prevalente delle massaie che si avviano ai lavori domestici spesso con il sostegno dei programmi televisivi in gran parte di leggero intrattenimento. In un contesto di banale tranquillità, improvvisamente e in modo inaspettato arriva, attraverso l’etere, una notizia sconvolgente. Un fatto di sangue, avvenuto qualche minuto prima in pieno centro di Roma, che sembra avere le caratteristiche di un’azione terroristica. Sono le prime frammentarie informazioni date dai lanci d’agenzia che di minuto in minuto si fanno sempre più precise per quel che riguarda la vittima e i contorni dell’evento. L’agguato terroristico, così appare con certezza dopo qualche ora il tragico evento grazie anche alle rivendicazioni definite credibili dall’intelligence, ha fatto la sua vittima. Il vile e feroce gesto criminale ha provocato la morte di un uomo mite e dolce, marginale alla politica attiva e sconosciuto alla grande massa dell’opinione pubblica. Uno studioso che aveva come obiettivo quello di mettere a disposizione della collettività la sua intelligenza e le sue approfondite conoscenze per aggiornare e migliorare i sistemi di tutela in un mondo così importante per la collettività come quello del lavoro.
     Mentre le modalità dell’agguato vengono acquisite rapidamente dagli investigatori, gli autori resteranno nell’ombra per lungo tempo finché le risultanze delle indagini e alcuni eventi verificatisi nel corso degli anni successivi non permetteranno di assicurare gli assassini alla giustizia e di chiarire definitivamente come si svolsero i fatti.
 

L’agguato
     È la mattina del 20 maggio del 1999 e son in pochi a ricordare che è la ricorrenza della nascita dello statuto dei lavoratori. Un anniversario dimenticato dai più, ma non da qualcuno interessato ai simbolismi. Il centro di Roma fino a poco prima semideserto e sonnacchioso comincia a imbottigliarsi di traffico e popolarsi di persone, molte delle quali sono dirette ai vari ministeri ed enti pubblici che orbitano lungo l’asse centrale rappresentato da Via Venti Settembre. Fanno le loro soste nei bar delle vie collaterali. Il sole è già alto perché siamo a primavera avanzata e l’aria è carica di un tepore non usuale in questo periodo dell’anno, grazie allo scirocco che riscalda la città. Una giornata che predispone bene la gente, ignara di quel che sta per succedere. Via Salaria è inserita in questa zona brulicante d’umanità.
     È una vecchia strada consolare, non abbastanza ampia che, addirittura, all’angolo con Via Adda si restringe in una strozzatura che provoca di continuo il rallentamento del traffico, soprattutto nelle ore di punta. Quella mattina, gli automobilisti che percorrono la via, innervositi dai rallentamenti imprecano verso chi ha lasciato parcheggiati, due furgoni l’uno di fronte dall’altro. Non sanno ancora che i veicoli fanno parte di un agguato terroristico preparato in ogni dettaglio, con poche possibilità di fallimento. I mezzi parcheggiati con cura e al momento giusto, il punto esatto dove fu colpito, un tratto di marciapiede senza vie di fuga, stretto da un cartellone pubblicitario e nascosto da uno dei due veicoli, l’arma, una pistola collaudata che scarica colpi con un rumore attenuato, sordo.
     Sono le 8,23 e Massimo D’Antona esce dalla sua casa che si trova in uno stabile dalla severa eleganza dello stile umbertino e inizia a percorrere come fa tutte le mattine il breve tratto di strada che lo porta al suo studio di Via Bergamo. Ha salutato la sua famiglia, la moglie Olga e la figlia Valentina, in un clima di grande serenità, quasi di normale routine. Ha con sé una borsa di cuoio marrone appesantita dai documenti che sono l’oggetto del suo lavoro e a passo sostenuto si dirige in direzione di Piazza Fiume. Ha appena sorpassato il furgone parcheggiato davanti a Villa Albani, quando si apre il portellone posteriore della vettura e dallo stesso escono rapidamente due giovani, uno dei quali impugna una pistola calibro 38. Spara una serie di colpi vigliaccamente alle spalle del bersaglio umano. Sei colpi senza pietà. D’Antona preso alla sprovvista cerca di difendere il corpo con le mani e con la borsa ma di fronte alla ferocia degli assassini non può fare altro.
     L’ultimo colpo, quello mortale, è diretto al cuore. I brigatisti, allora, si allontanano rapidamente dal luogo del delitto, senza suscitare curiosità nei passanti, grazie anche al loro abbigliamento e ai loro cappellini da baseball. Salgono su di un motorino parcheggiato poco distante e spariscono in mezzo al traffico. D’Antona benché colpito a morte, in un ultimo sussulto di vita chiede, con voce flebile, aiuto che una passante raccoglie. Inutile la corsa in ambulanza verso l’ospedale.

Le indagini
     La gente che si muove vicino al luogo del delitto non ha l’immediata percezione di quel che succede. Un po’ per la rapidità dell’azione, pochi secondi, e la dinamica dell’agguato, celato dagli ostacoli predisposti, un po’ per l’arma usata che non fa eccessivo rumore. Poi, l’urlo della donna che si trova a passare sul luogo, alla vista di quel povero corpo insanguinato, attira l'attenzione delle persone e scattano i soliti meccanismi sempre uguali in questi casi: i tentativi di aiuto che purtroppo non serviranno e l’arrivo delle forze dell’ordine con il transennamento dell’area dell’attentato e l’inizio dei rilievi. Partono le indagini degli uomini della scientifica.
     Vengono individuati e repertati i bossoli, nei sacchetti di plastica viene messo tutto quello che può essere utile comprese decine di mozziconi di sigarette. Chi svolge le indagini sa che deve far presto per definire almeno gli elementi essenziali della dinamica del delitto. Se viene fatto trascorrere il tempo inutilmente si corre il rischio di compromettere l’inchiesta. Tra gli elementi individuati, quelli ritenuti più utili per incanalare le indagini nella giusta direzione vi sono le ogive dei proiettili che possono indicare l’arma del delitto e le targhe vere rinvenute all’interno dei veicoli grazie alle quali con un po’ di fortuna si può risalire in qualche modo ai protagonisti dell’agguato. Sulle poche testimonianze raccolte, invece, gli investigatori fanno scarso affidamento.
     Non si va oltre la sommaria descrizione dei due killer e del dubbio non risolto della presenza di una donna, una complice con funzioni di copertura, ad una certa distanza dal luogo dell’agguato. Anche il video di una telecamera posta in zona non è di grande aiuto perché l’obiettivo è rivolto sul lato opposto al luogo dell’agguato.

La rivendicazione

     Sulla matrice politica dell’omicidio la Procura della Repubblica, fin dall’inizio, non ha alcun dubbio. Tra le varie rivendicazioni quella che arriva nel pomeriggio sembra la più attendibile. È contenuta in un lungo documento di 28 pagine, di cui la prima porta l’intestazione delle Brigate Rosse sovrastata dalla nefasta stella a cinque punte, fatto recapitare al Messaggero e al Corriere della sera. Dentro il solito involucro retorico e ridondante si possono leggere le motivazioni dell’attentato. Massimo D’Antona viene giustiziato perché ritenuto responsabile dell’elaborazione del patto per l’occupazione voluto dal governo D’Alema.
     È un governo accusato di essere strumento del capitalismo, braccio armato della Nato nell’attacco all’ex Jugoslavia. Dietro queste farneticazioni, gli inquirenti ritengono che si nasconde un gruppo di giovani colti, intelligenti e informati della politica di casa nostra e dei fatti internazionali e deducono questa valutazione dalla buona forma dello scritto e dalle attente analisi politiche contenute nel documento. In esso emerge chiaramente il desiderio di evidenziare il legame con la stagione più violenta della lotta armata. La continuità del brigatismo rosso è sottolineata nella parte finale con la rivendicazione delle azioni precedenti a cominciare dall’assassinio di Roberto Ruffilli dell’88.

Le conseguenze dell’attentato
     L’omicidio D’Antona riapre, dopo una pausa che aveva dato l’illusione della sconfitta definitiva della lotta armata, una stagione di violenza politica che culminerà con un altro delitto e l’obiettivo sarà ancora un consulente del Ministero del Lavoro, un altro grande esperto giuslavorista, Marco Biagi. Ma, questo episodio violento sembra rappresentare il canto del cigno dei terroristi. Le indagini, nonostante la lena degli inquirenti, non riescono a fare passi decisivi nella direzione della cattura degli assassini. Per un tempo che sembra interminabile sale la paura della ripresa in grande stile della violenza politica perché nulla si sa dell’identità dei terroristi, e soprattutto della loro entità e del loro radicamento sociale. Finché si apre un improvviso e inaspettato spiraglio.
     La svolta avviene il 2 marzo 2003 su un convoglio ferroviario che viaggia sulla linea Roma – Firenze, nei pressi di Castiglion Fiorentino. Durante un normale controllo della polizia ferroviaria, esplode un conflitto a fuoco nel corso del quale muore l’agente Emanuele Petri colpito a morte da una persona che alla richiesta dei documenti estrae in modo fulmineo la pistola e spara. L’uomo cadrà sotto i colpi di reazione della polizia. Si verrà a scoprire che si tratta di Mario Galesi brigatista ricercato finora inutilmente. Con lui viaggiava una donna che catturata, si scoprirà essere un’altra terrorista nota, Nadia Desdemona Lioce.
     Questo episodio cruento dà un’accelerazione determinante all’inchiesta giudiziaria e al processo che ne seguirà e che si concluderà l’8 luglio 2005. La corte d’assise di Roma, infatti, emette il verdetto di condanna all’ergastolo per Nadia Desdemona Lioce, Roberto Moranti e Marco Mezzasalma quali responsabili degli assassini di Massimo D’Antona e Marco Biagi. Il velo sul delitto D’Antona si squarcia così completamente evidenziando che l’agguato fu effettuato dal Galesi che colpì a morte alle spalle il bersaglio umano con la copertura della Lioce pronta a sostituirsi al brigatista se questi avesse fallito.

La vita

Il riformatore
     Massimo D’Antona quando viene ucciso ha da poco compiuto 51 anni. Era nato, infatti a Roma l’11 aprile del 1948. Avvocato e docente di diritto del lavoro all’università La Sapienza di Roma era consulente del ministro del lavoro, Antonio Bassolino. Un tecnico, dunque, ma anche un uomo di governo, essendo stato sottosegretario nella compagine governativa guidata da Lamberto Dini. Era amico e consigliere di molti politici di primo piano appartenenti alla componente progressista della nostra società. Era tante cose, Massimo D’Antona, ma soprattutto il simbolo della lotta contro le inefficienze della pubblica amministrazione.
     Era l’uomo delle riforme e del dialogo che aveva posto al servizio della società il suo impegno intellettuale, come lo descrisse efficacemente il presidente Ciampi nel suo messaggio del 2002 alla moglie Olga. Sicuramente dette un grande contributo alla indispensabile riforma del mondo del lavoro, cercando, attraverso soluzioni concrete, di conciliare le esigenze di razionalizzazione e di sviluppo con quelle della tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori. Fu lui l’autore del percorso di privatizzazione della pubblica amministrazione conclusosi nel 1993. Un’operazione ardita di grande spessore, che rivoluzionò diritto e prassi del lavoro pubblico.
     Un cambiamento radicale che si evidenziò soprattutto in due elementi: l’introduzione della contrattazione, ponendo i soggetti contraenti sullo stesso piano di diritto e la compatibilità, indispensabile alla firma del contratto, dei costi con gli equilibri della finanza pubblica. Una delle sue elaborazioni più originali e complesse fu il testo unico sul lavoro pubblico contenuto nella legge 50 del 1999. L’altro grande contributo che dette alla modernizzazione del paese fu l’opera di razionalizzazione del mercato del lavoro e dell’amministrazione centrale dello stato deputata alla sua gestione e controllo.
     L’idea fondante era che le questioni concernenti il lavoro pubblico andavano adeguate per mantenere il nostro paese in linea con l’Europa, dando spazio e attenzione ai diritti e ai bisogni delle persone. Con questo riferimento di base si capisce la sua grande attenzione al diritto di sciopero e a quello di rappresentanza dei lavoratori. Bisognava dare nuovo spazio e attenzione al mondo del lavoratore dentro e fuori la fabbrica. Seppe intrecciare le sue ricerche del privato e del pubblico, dando un grande contributo nel patto sociale e della concertazione, asse portante di un moderno welfare.

La formazione
     Massimo D’Antona si era formato, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, nell’ambiente universitario alla scuola del suo maestro Renato Scognamiglio e collaborando alla “Rivista giuridica del lavoro” impegnata in una campagna di rinnovamento e adeguamento della normativa giuslavorista. Nel 1980 vinse la cattedra di diritto del lavoro all’università di Catania grazie ad una tesi di grande spessore sull’istituto della reintegrazione nel posto di lavoro. Aveva cominciato a lavorare in quella università qualche tempo prima per sostituire un grande giurista come Lello De Luca. In Sicilia si viveva la stagione difficilissima del doppio terrorismo.
     Quello recente di eversione politica nato sulle ceneri della delusione per le speranze infrante dei tanti giovani del sessantotto che lambiva anche il mondo intellettuale e l’antico potere mafioso che in quegli anni alzava il livello dello scontro infiltrandosi prepotentemente nell’ambito economico, politico e finanche istituzionale, nel tentativo di dominare la società siciliana col terrore e col potere, per sostituirsi allo stato repubblicano nell’erogazione dei servizi, soprattutto nel campo lavorativo, alla comunità locale.
     Massimo D’Antona si rivelò in quell’ambiente per quel che era. Un intellettuale intrigante e affascinante senza spocchia, ma dotato di grande umanità. Amava aprirsi agli amici ai quali confidava che la sua personalità era il frutto di una unione fortunata di due ceppi: quello della madre piemontese e del nonno paterno di origine siciliana. Questo incontro di culture e ambienti diversi gli avevano trasmesso due requisiti apparentemente inconciliabili, che avevano determinato, invece, una sintesi caratteriale di prim’ordine. La razionalità e la sensibilità, la severità del metodo e l’umanità nei confronti della gente.
     Rigore e levità riuscivano a convivere in lui facendone una persona eccezionale. A tutto ciò si aggiungeva un temperamento estroverso che aveva affinato nell’ambiente sindacale. Per anni, infatti, dette il suo contributo d’idee alla CGIL. Un rapporto che dimostra come per D’Antona lo studioso non doveva vivere in un mondo astratto e separato ma partecipare attivamente, immergendosi nelle strutture sociali esistenti. L’impegno doveva essere attivo, anima e corpo. E così dette il suo grande contributo nella consulta giuridica, nell’ufficio legale della CGIL e nei dibattiti che si svolgevano nelle sedi unitarie sugli argomenti giuridici d’attualità legati al mondo del lavoro. La CGIL è stata il suo punto di riferimento ma lui lavorò con e per tutte le organizzazioni confederali, con le forze sociali. Il suo impegno più grande è stato quello dedicato a nuovi percorsi che il sindacato doveva costruire per adeguare le tutele ad una società in violenta trasformazione, preoccupato del rischio che il sindacato si potesse arroccare di fronte al nuovo nella sterile difesa delle posizioni occupate.
     Era convinto che un eventuale atteggiamento conservatore avrebbe costituito per il movimento sindacale un elemento di debolezza che lo avrebbe potuto portare a una cocente sconfitta. Nel novembre del 1986 ottenne la cattedra dell’università di Napoli ma non tagliò i ponti definitivamente con Catania, dove tornava almeno due volte l’anno. Era rimasto membro del collegio dei docenti del dottorato di diritto del lavoro europeo. E poi considerava la facoltà di quell’università un modello di efficienza, tecnologicamente avanzata, dedita agli studi comparati anche a livello comunitario, nella quale il rapporto con gli studenti era di grande comunicatività.
     La parabola universitaria si concluse con la cattedra di diritto del lavoro alla Sapienza di Roma. Nel frattempo, fu catturato dalla politica; un intellettuale, come si dice in gergo prestato alla politica. Di essa e del potere non fu mai succube; mantenne, anzi, rafforzò il credo nei propri principi, né si lasciò irretire in un rapporto di sudditanza. La sua posizione fu sempre di grande autonomia, forte del fatto che fu richiesto da quel mondo, mai si era proposto. Le istituzioni avevano bisogno di lui e del suo sapere e lui offrì la sua conoscenza e la sua elaborazione intellettuale con dignità e passione senza chiedere nulla in cambio se non il rispetto. Tutto ciò era tipico della sua personalità. Aveva nei confronti della conoscenza e del sapere grande interesse ma anche umiltà.
     Uno spietato senso dell’autocontrollo sui suoi elaborati dedicando ad essi un’attenzione quasi ossessiva finché non assumevano la caratteristica di uno scritto che non aveva nulla di grigio e pesante ma piacevolmente espresso in una forma semplice, chiara, incisiva. Il rigore che aveva per i suoi lavori lo estendeva agli altri. Nella sua disponibilità a dare suggerimenti e consigli, non era mai condiscendente per mera cortesia. Pur dando i suoi apprezzamenti era capace, se non lo condivideva, a spezzettare, a smontare un saggio o uno scritto di un amico o un collaboratore per farlo ricostruire in modo migliore. Questo atteggiamento non significava rifiuto del proprio contributo, perché la critica spocchiosa, senz’altro fine, non era nel suo modo d’essere.
     Metteva a nudo i punti deboli di un lavoro ma poi si spendeva nel dare l’aiuto per renderlo più credibile e piacevole. Gino Giugni lo definì un giurista che operava già nella conoscenza del nuovo secolo. Gli studi sul mercato del lavoro e sul diritto comunitario, sui vari momenti del rapporto di lavoro, sui rapporti atipici segnarono, infatti, una delle fasi più importanti della sua attività scientifica e della sua partecipazione a quella legislativa. Un ultimo aspetto del suo essere intellettuale è che Massimo D’Antona non ha mai pensato alla mediazione come compromesso. Proprio per questo le sue idee hanno il carattere della chiarezza e dell’innovazione. La necessità di un patto sociale, del rafforzamento del sindacato attraverso la legittimazione effettiva della base, l’esigenza della sostituzione del welfare risarcitorio con un sistema basato sull’utilizzo di tutte le possibilità offerte ai lavoratori dal mercato del lavoro sono tutti elementi di una visione nuova e moderna che rifiuta il compromesso di una eccessiva gradualità legata ai lacci dell’esistente o a nostalgie di conservazione.

L’uomo nella vita privata
     Lo stereotipo dell’intellettuale diverso dai comuni mortali non si addice a Massimo D’Antona. Ce ne descrive gli elementi caratteriali sua moglie Olga quando si abbandona al ricordo di qualche episodio della loro vita in comune. Giovanissimi, si erano conosciuti un’estate al mare. Lui, con un libro di storia sottobraccio perché era stato rimandato. Aveva diciotto anni e tanta voglia di divertirsi. Gli piaceva correre in macchina, viaggiare in moto, suonare la chitarra e cantare. Una passione quest’ultima che li accomunava, insieme a tante altre cose. "Lui suonava, racconta la moglie nel suo libro intervista, e a me piaceva cantare.
     Ogni giorno, alzandosi da tavola, Massimo prendeva la chitarra. Io preparavo il caffè e andavo a sedermi accanto a lui. Cantavamo insieme quello che capitava, le canzoni della nostra generazione, Bob Dylan, i Beatles, Joan Baez, Fabrizio De André, Luigi Tenco... era il nostro passatempo”. C’era poi il grande amore per la figlia. Nonostante i suoi impegni numerosi e gravosi, trovava sempre gli spazi temporali da dedicarle. È ancora la moglie a comunicarcelo. “Ricordo che, quando mia figlia frequentava la scuola materna, mettemmo in scena una fiaba dei fratelli Grimm. Costruimmo insieme degli enormi pupazzi di compensato. Lui era bravo a disegnare, io scoprii in me un talento da artigiano".
     Oltre alla moglie, alla figlia e agli studi, la musica è stata la compagna che lo riempiva di gioia anche durante le ore del suo lavoro. "Si chiudeva nello studio e lavorava ascoltando musica. L’ultimo CD fu "Concerti per pianoforte e orchestra" di Mozart. Per molti mesi non ebbi il coraggio di toglierlo dallo stereo.”

 

 


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